Stay human

“Sono una sopravvissuta di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessuno dovrebbe vedere. Camere a gas costruite da ingegneri esperti. Bambini avvelenati da fisici istruiti. Neonati uccisi da infermiere diplomate. Donne e bambini massacrati da laureati. Perciò guardo con sospetto l’istruzione.
Ecco la mia richiesta: aiutate i vostri studenti ad essere umani. I vostri sforzi non devono mai produrre mostri eruditi, psicopatici esperti, Eichmann istruiti. Leggere e scrivere e ortografia e storia e aritmetica sono importanti soltanto se servono a rendere umani i nostri studenti.”

(Leo Buscaglia, Vivere, amare, capirsi)

 

Some things never change…

 Oggi volevo solo condividere questa fotografia che mi è capitata sotto gli occhi. È stata pubblicata dalla pagina Facebook History in Pictures (che vi consiglio di seguire, tra l’altro).La didascalia recita: “​Teen party in Tulsa, OK, circa 1947. Photograph by Nina Leen.

Riporto il commento di un utente a proposito di questa fotografia, perché è stato il primo dettaglio che anch’io ho notato guardandola: 

I love the way the girl in the bottom right is looking at the guy.  Some things never change . . .“.

Ed è questo il mio augurio per il 2017: che, mentre tante cose le vorremmo cambiare (e davvero spero che alcune cambino), spero anche che ce ne siano altre che non cambiano mai.

I poeti

​Preferisco i poeti che non si rileggono mai. Che scrivono di getto, come se mente e mano fossero legate da un filo continuo, senza nodi o interruzioni, e che, usando la penna come una siringa, iniettano musica e inchiostro nelle loro parole.
Preferisco i poeti che non si piacciono mai. Che affiderebbero la propria opera alle fiamme immediatamente dopo averla completata, come se fosse la prova schiacciante di un delitto appena compiuto.
Preferisco, infine, i poeti che non mentono. Ma ce ne sono forse, di poeti così? 

Tutti quanti si rileggono, più e più volte, finché della Parola originaria, potente, spontanea, non resta che l’ombra, affievolita e distante, un fantasma di significato. La sintassi viene resa perfetta, immacolata, impeccabile; ma quell’energia, quell’esuberanza naive della prima stesura è sacrificata sull’altare della precisione. 

Tutti quanti si piacciono, almeno un po’. Se esistono poeti che davvero si disprezzano, purtroppo non li conosceremo mai. Chi scrive deve per lo meno avere un amor proprio sufficiente a ritenere ciò che scrive interessante, notevole, pubblicabile. Deve essere abbastanza sicuro di sé da esporsi alla pubblica lettura, ai commenti, alle incomprensioni. Un poeta, per essere conosciuto, non può essere modesto.

Tutti quanti mentono. Non solo i poeti, ma i giornalisti, le star della tv, gli operai, i preti, gli insegnanti, i contadini, gli studenti, i disoccupati, le madri, i padri, i figli, gli amanti. Non credo che i poeti mentano più degli altri; forse, soltanto, le loro bugie restano per iscritto.

Tempo di scelte

La libertà è faticosa.
Faticosa perché ci costringe innanzitutto ad agire responsabilmente, a scegliere con cura ciò che facciamo. Perché ciò che facciamo definisce chi siamo, e nessuno vorrebbe essere peggiore di sé stesso.
Ma scegliere con cura costa; in termini di tempo, certamente, come anche in termini di energia, e c’è poi il rischio di sovraccaricarsi di stress ed ansie che ci appaiono evitabili.

E non è tutto: scegliere con cura significa anche assumersi la responsabilità delle proprie scelte, delle conseguenze e degli impatti che queste avranno su noi e sugli altri. Bisogna cercare di prevedere i possibili esiti.

Ci si rende conto che, nella vita, raramente dobbiamo scegliere tra due o più alternative di cui una sia perfetta, chiaramente giusta. Solitamente dobbiamo accontentarci di fare un conteggio di rischi e benefici, per poi valutare, al meglio delle nostre possibilità, quale sia la migliore. In queste situazioni, è importante sapere che la propria decisione non è perfetta, e di conseguenza divenirne responsabili.

La libertà è faticosa. A volte nemmeno mi stupisco se preferiamo essere schiavi. È più semplice, dopo tutto. Non ti devi preoccupare di niente, qualcun altro ci penserà per te, prenderà la decisione al tuo posto. Non devi fare lo sforzo di informarti da fonti spesso incerte, di immaginarti tutte le possibili conseguenze. Non devi neanche prenderti alcuna responsabilità. Non ti devi schierare.  Nessuno ti giudicherà.

Ma io, in fondo, penso che noi non siamo poi creature tanto meschine. Che qualche volta, al destino nostro e altrui ci pensiamo. Che è vero che la libertà è fatica e responsabilità, ma è anche orgoglio e forza, indipendenza, vita. E allora non lasciamoci trascinare dalla corrente: afferriamo un remo e scegliamo noi che direzione seguire: prendiamo una decisione, e che sia la migliore possibile.

Permettetemi di chiamarli Innocenti

In questo giorno in cui la cristianità tutta ricorda lo scandalo dell’uccisione di un Innocente, chiedo a tutti quanti vorranno ascoltarmi di dedicare la loro preghiera, il loro silenzio, il loro pensiero alle migliaia di Innocenti che il nostro egoismo e la nostra indifferenza hanno assassinato anche quest’anno. Se non riuscite a pensare Innocenti quegli uomini e quelle donne che sfuggono alla morte, alla guerra e alla miseria, per lo meno fate la grazia di concedere questo titolo ai loro bambini. Ai figli dei profughi, divorati da un mare crudele senza che nessuno andasse in loro soccorso. A quelli che sono sopravvissuti e si trovano nei campi, a vivere, sì, ma una vita inumana. Ai bambini che ogni anno, ogni giorno, ogni secondo muoiono di malattie che sarebbero maledettamente curabili, e ancor più maledettamente prevenibili – se solo ci fossero le risorse.

Ricordiamoci di loro, oggi. Loro che sono i dimenticati, i reietti, gli esclusi. Loro che sono nostri fratelli proprio come quell’Altro che oggi muore. Loro per cui avremmo potuto fare qualcosa. Loro che sono stati uccisi, e che erano Innocenti.

http://www.unhcr.it/dona-ora/emergenza-freddo?cmp=16_OB_03_01?utm_source=Google&utm_medium=search&utm_content=search_marzo_inverno&utm_campaign=marzo&gclid=CjwKEAjww9O3BRDp1tq0jIP023YSJAB0-j1S8mJvLEBimLs9lkGBOthYt4jzTlswlWgVVP0uVBQGKRoCT-zw_wcB

http://www.medicisenzafrontiere.it/fairshot-il-vaccino-giusto-al-prezzo-giusto

La mia esperienza di istruzione

In questi giorni mi è capitato di leggere vari articoli a proposito dell’istruzione superiore e del complicato rapporto tra insegnanti e studenti. Così mi è saltato in mente di proporvi questo mio vecchio tema, scritto ormai due anni fa, durante l’ultimo anno di liceo. Forse ho deciso di pubblicarlo ora proprio perché non appartengo più a quell’ambiente; e ne sono felice. All’università, dicevano, sarai trattato come un numero – ed effettivamente quale professore potrebbe ricordare il nome di 250 nuovi studenti ogni anno? Eppure mi rendo conto che non è cambiato molto rispetto ai tempi del liceo, quando alcuni insegnanti non riuscivano neppure a memorizzare i nostri 26 nomi. Vi lascio a questa non tanto breve riflessione; spero che qualcuno trovi la pazienza per leggerla fino in fondo.

 

Affrontando il tema dell’istruzione in età classica ho potuto rendermi conto di quanto sia cambiato e si sia evoluto nel tempo il sistema scolastico. La scuola di oggi non è che il frutto di migliaia di anni di studenti, insegnanti, compiti in classe, premi e punizioni che si sono succeduti senza posa. Molti elementi sono rimasti immutati. Ma ciò che soprattutto differenzia un sistema da un altro è il diverso obiettivo che si prefiggono.

Mentre a Sparta il telos dell’educazione era creare coraggiosi soldati (o forti madri di soldati), ad Atene la paideia mirava a formare l’individuo in modo particolare nella poesia, nella musica e nella ginnastica; nella Roma imperiale, Quintiliano costruì un modello educativo che preparasse il buon oratore ad affrontare gli avversari nel Foro. A seconda dell’obiettivo da raggiungere ogni sistema educativo dell’antichità classica (sia pubblico sia privato) si dotava degli elementi utili a perseguire quel risultato specifico. Così a Sparta era fondamentale l’allenamento fisico, ad Atene le discipline cosiddette liberali avevano un ruolo predominante e nella Roma di Quintiliano la filosofia era considerata quasi un orpello della retorica.

Mi sono spesso interrogata su quale sia oggi lo scopo dell’educazione che riceviamo, che io sto ricevendo. Devo purtroppo ammettere che non è facile rispondere. Sono anzi sempre più convinta che una delle caratteristiche della scuola italiana di oggi sia la poca chiarezza per quanto riguarda gli obiettivi. Alcuni sostengono che l’educazione voglia sviluppare nei ragazzi il pensiero critico; ma onestamente vedo nella mia scuola pochi elementi in grado di farlo, e ancor meno vedo questa finalità nelle discipline piuttosto che nel metodo di studio. Anzi molto spesso studiare si riduce al mero immagazzinamento di dati, che può essere utile ai fini della cultura generale ma non stimola certo a pensare criticamente. Altri ritengono che la scuola moderna voglio formare il “buon cittadino”. Purtroppo però il diritto si studia in poche scuole, e in ogni modo non vedo come la scuola, per come essa è correntemente impostata, possa insegnare valori come l’accettazione del diverso o la solidarietà. Spesso infatti la competitività (che è sì da stimolo nell’apprendimento come sosteneva Quintiliano) può rivelarsi un’arma a doppio taglio, e si possono creare nel gruppo classe tensioni derivanti dal comportamento scorretto di alcuni elementi. Può quindi accadere che vengano premiati coloro che agiscono con scaltrezza a proprio vantaggio a scapito invece di chi si comporta da “buon cittadino”.

Non sono quindi giunta ad una risposta definitiva per quanto riguarda l’obiettivo dell’istruzione che ho ricevuto. Credo però che una riforma del sistema scolastico, per avere degli effetti significativi, debba partire dalle fondamenta, stabilendo in primo luogo gli obiettivi da raggiungere (che potrebbero essere, ad esempio, quelli già citati: allenarsi al pensiero critico o ad essere un buon cittadino, che mi sembrano degni in una società chi si vanta di essere democratica). Un altro “difetto” che ho potuto riscontrare nella mia personale esperienza scolastica e che è strettamente legato alla mancanza di chiarezza sugli obiettivi è la mancanza di motivazione esterna. Spesso agli alunni è richiesto di auto-motivarsi, ma non sempre questo è facile. C’è bisogno anche di motivazioni che vengano dall’esterno. Certo, un voto alto può essere considerato un premio al merito e quindi può stimolare lo studente a dare il meglio di sé, ma credo che rimanga pur sempre un freddo numero.

Durante l’anno scolastico che ho frequentato negli Stati Uniti, gli insegnanti facevano spesso agli alunni complimenti specifici, anche semplicemente sottolineando quando qualcuno era particolarmente bravo in un certo tipo di esercizio. Personalmente trovo un “hai un ottima memoria” piuttosto che un “non ho mai visto nessuno risolvere un’equazione così velocemente” molto più stimolanti di un voto numerico, perché evidenziano un punto di forza anziché mostrare quanto manca ad arrivare al dieci. Per non parlare delle frasi che si trovavano appese ai corridoi della scuola americana, come “believe you can achieve” o altre frasi relative all’avere successo negli studi. La scuola americana, certo deficiente di molti altri aspetti, mi ha dato una grande spinta positiva, sia da parte degli insegnanti che da parte dei coetanei, che sapevano fare complimenti senza invidia perché erano consapevoli ognuno dei propri punti di forza. Certo, a livello puramente scolastico non c’è paragone tra ciò che è possibile imparare in un anno di liceo in Italia e negli Stati Uniti; ma devo dire che in America ero una persona diversa, più serena e meno stressata. Da quando sono tornata mi sto chiedendo se valga davvero la pena di avere le borse sotto gli occhi in vista di un obiettivo così vago da non riuscire neppure ad identificarlo.

In ogni modo ci tenevo a concludere dicendo che la mia esperienza scolastica è stata prevalentemente positiva, e che se ho sottolineato solamente gli aspetti meno soddisfacenti è semplicemente perché erano meno di quelli che invece ho apprezzato. Da questo si può vedere la mia forma mentis: anch’io, come la scuola italiana, ho sottolineato con la penna rossa gli errori anziché elogiare i pur numerosi aspetti positivi della mia esperienza.

Pioggia

Pensieri di qualche settimana fa.

Sto tornando da lezione con la mia fedele bicicletta rosa. Dovrei darle un nome.
Sono stanca e non vedo l’ora di essere a casa; è uno di quei momenti in cui vorrei che qualcuno avesse inventato il teletrasporto. Inizia a piovere, quelle goccioline sottili sottili che neanche si vedono – sono le peggiori, perché alla fine sei comunque inzuppato come un biscottino. Maledico tra me e me l’acqua che mi arriva addosso di traverso e, proprio mentre parcheggio imbronciata la bicicletta, mi passano di fianco due nonnine, due di quelle belle vecchine bolognesi adornate da un casco di ricci bianchi. Una dice all’altra: “Che bell’acqua! È la benedizione degli angeli”. L’altra annuisce serena.
Inutile dire che ho dovuto cambiare idea sulla pioggia.

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