Perché la punta di una penna a sfera profuma di mandorla

Il problema nello scrivere è trovare storie che valgano la pena di essere raccontate.

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Giorno della Memoria

L’anno scorso ho visitato con il mio gruppo scout la Risiera di San Sabba, il campo di sterminio costruito a Trieste. Lì ho letto questa lettera, che mi ha spezzato il cuore. Mi ricorda che i milioni di vittime mietute dalla follia umana durante la Shoah non sono “una cifra seguita da molti zeri”, ma milioni di singoli individui, e il dolore di ciascuno è moltiplicato e diffuso tra i suoi amici e familiari. Credo che ogni giorno dell’anno dovrebbe essere un Giorno della Memoria; ma penso anche che mantenere simbolicamente una giornata all’anno garantisca il fatto che, almeno il 27 gennaio, l’umanità ricordi di non dimenticare. Perché dimenticare è troppo facile. Troppo comodo. Una comodità che non possiamo permetterci.

 

Pino Robusti, 22 anni, studente di architettura, venne fermato dalle SS il 19 marzo 1945. I suoi indumenti furono trovati tra le macerie del magazzino della Risiera di San Sabba. Questa che riporto sotto è la sua ultima lettera alla fidanzata.

Trieste, 5 aprile 1945

Laura mia
Mi decido di scrivere queste pagine in previsione di un epilogo fatale ed impreveduto. Da due giorni partono a decine uomini e donne per ignota destinazione. Può anche essere la mia ora. In tale eventualità io trovo il dovere di lasciarti come mio unico ricordo queste righe.

Tu sai, Laura mia, se mi è stato doloroso il distaccarmi, sia pure forzatamente da te, tu mi conosci e mi puoi con i miei genitori, voi soli, giustamente giudicare. Se quanto temo dovrà accadere sarò una delle centinaia di migliaia di vittime che con sommaria giustizia in un campo e nell’altro sono state mietute.

Per voi sarà cosa tremenda, per la massa sarà il nulla, un’unità in più ad una cifra seguita da molti zeri. Ormai l’umanità si è abituata a vivere nel sangue. Io credo che tutto ciò che tra noi v’è stato, non sia altro che normale e conseguente alla nostra età, e son certo che con me non avrai imparato nulla che possa nuocerti né dal lato morale né dal lato fisico. Ti raccomando perciò, come mio ultimo desiderio, che tu non voglia o per debolezza, o per dolore, sbandarti e uscire da quella via che con tanto amore, cura e passione ti ho modestamente insegnato.

Mi pare strano mentre ti scrivo, che tra poche ore una scarica potrebbe stendermi per sempre, mi sento calmo, direi quasi sereno, solo l’animo mi duole di non aver potuto cogliere degnamente, come avrei voluto, il fiore della tua giovinezza, l’unico e più ambito premio di questa mia esistenza.

Credimi, Laura mia, anche se io non dovessi esserci più, ti seguirò sempre, e quando andrai a trovare i tuoi genitori io sarò là, presso la loro tomba, a consigliarti, ad aiutarti.

L’esperienza che sto provando, credimi, è terribile. Sapere che da un’ora all’altra tutto può finire, essere salvo, e vedermi purtroppo avvinghiato, senza scampo dall’immane polipo che cala nel baratro.

È come divenir ciechi poco per volta. Ora, con te sono stato in dovere di mandarti un ultimo saluto, ma con i miei, me ne manca l’animo, quello che dovrei dire loro è troppo atroce perché io possa avere la forza di dar loro un dolore di tale misura. Comprenderanno, è l’unica cosa che io spero.”

Comprenderanno.

Addio Laura adorata, io vado verso l’ignoto, la gloria o l’oblio, sii forte, onesta, generosa, inflessibile. Laura santa.

Il mio ultimo bacio a te che comprende tutti gli affetti miei, la famiglia, la casa, la patria, i figli.”

Addio.
Pino

 

Mi saltò in mente

Mi saltò in mente, durante l’ora di storia, che la maggioranza degli americani non ha mai visto un castello, e che io in Italia sono praticamente circondata da costruzioni medievali.

Distanze

Da quando sono arrivata negli Stati Uniti, ho dovuto rivalutare il mio concetto di vicino/lontano. In questo Paese dove tutto è così esteso, un viaggio di sette o otto ore in auto diventa del tutto fattibile. Come se io decidessi, un bel mattino, di andare a Roma in auto per il fine settimana. La mia concezione delle distanze è cambiata moltissimo, ed ora capisco perché la gente mi guardasse stupita quando dicevo di non essere mai stata a Roma. Ma come?!? E’ così vicina. 

Devo però aggiungere che qui viaggiare in macchina è molto più comodo che in Italia. Tutto qui è costruito a misura di automobile (dai drive through ai parcheggi giganteschi); la benzina costa pochissimo, circa un terzo che da noi; infine, le strade sono larghe e dritte, lontane delle strette stradine a senso unico a cui sono abituata.

Getting colder II

Durante lo scorso fine settimana ho anche provato la più bassa temperatura a cui io sia mai stata: -23 °C! Faceva freddissimo, l’acqua nell’auto era diventata un cubetto di ghiaccio e il mio cellulare rispondeva a rilento ai comandi. Wow.

Mall of America!

Dopo il pranzo, la mamma di Amanda, Nick e la sua fidanzata ci hanno lasciati, e Phil è partito per tornare a casa (lui lavora di domenica). Io e Amanda invece siamo partite per un viaggio di sei ore circa che ci ha portate a Minneapolis, città dove sorge il centro commerciale più grande degli Stati Uniti, noto come Mall of America.
Quella sera abbiamo incontrato una cara amica di Amanda, con la quale avremmo trascorso la giornata seguente. Il giorno dopo ho conosciuto suo marito e sua figlia, una bellissima bambina di due anni. Con loro abbiamo girato per il centro, che è ENORME. Seriamente. E’ immenso. Io e Amanda ci siamo state per otto ore, e probabilmente non l’abbiamo neanche visitato tutto. E’ stata una giornata rilassante e piacevole. 
Il giorno dopo, lunedì, ero a casa da scuola perché era il Martin Luther King Day; abbiamo trascorso la giornata in auto (otto ore di viaggio!), e la sera siamo arrivate a casa, stanche ma felici.

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La mattina seguente, siamo andati tutti insieme a visitare un’enorme azienda dove si producono varie marche di birra. 

Dopo il tour, siamo andati a pranzo in un posto davvero particolare. All’ingresso un cartello diceva: INTERNATIONAL EXPORTS LTD. Siamo entrati e ci siamo ritrovati in una stanza angusta, dall’aspetto antiquato e vagamente misterioso. Nessuna porta in vista, se non quella da cui eravamo entrati. Ad un certo punto, sentiamo una voce provenire dal muro. Ci chiede se conosciamo la parola d’ordine. Quelli che nella nostra compagnia la conoscevano hanno fatto finta di non saperne. Così la voce ci ha detto che, se volevamo entrare, dovevamo muoverci come degli zombie. Abbiamo eseguito l’ordine e, come per magia, la libreria si è aperta. Oh, era una porta nascosta! Dietro la libreria, un ristorante a tema spie con delle televisioni che mostravano agli astanti la nostra performance da zombie. Geniale. Il tutto completato da cameriere che ti salutano con un “Ciao, spie” e ti consegnano una missione segreta da svolgere durante l’attesa. Non posso rivelare ulteriori dettagli, o sono certa che mi ritroverei qualche spia alle calcagna. 

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