Comunità

Forse è perché a scuola stiamo studiando la filosofia di Marx, ma ultimamente ho riflettuto sui concetti di proprietà e comunità grazie anche ad un episodio che ora vi vado a raccontare.

Quando sono in uscita scout, per il pranzo e per la cena ciascuno porta una gavetta (un piatto di metallo che può essere usato anche per cucinare). Tuttavia, dopo che abbiamo apparecchiato, ciascuno si siede in un posto a caso e mangia nella gavetta che gli capita di fronte (solo occasionalmente la propria), e a nessuno importa. Beviamo anche tutti dalla stessa borraccia, e anche questo a nessuno importa. Tutte le gavette sono poi lavate da un paio di volontari. Solo alla fine dell’uscita ognuno recupera la propria gavetta per portarsela a casa, a volte con non poche difficoltà nel riconoscerla.

Nella comunità in cui i mezzi di sostentamento sono garantiti (insomma, dove ci sia cibo a sufficienza e un posto per dormire), la proprietà non serve. Essa perde valore e significato, finché non siamo forzati a rientrare in una società più ampia, dove il denaro è a capo di tutto e dove la comunità è possibile solo in luoghi e momenti fuori dal tempo e dallo spazio, come è appunto l’uscita scout.

A me sembra che nel mondo ci sia cibo e spazio a sufficienza per tutti. Perché è così difficile creare una comunità globale?
Io credo che manchi un ingrediente, il più importante. Senza l’amore, il tentativo di creare una comunità globale sarà sempre fallimentare come se cercassimo di preparare una crostata senza farina.

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Patente II

Post giusto a titolo dimostrativo: ho la patente da due settimane.
La soddisfazione di non dover chiedere passaggi.

Fantasia

La fantasia è un posto dove ci piove dentro.

(Italo Calvino, Lezioni americane)

Diversità culturali (?) III

Ho notato solo recentemente quella che forse è la principale differenza tra il sistema scolastico italiano e quello americano. È una differenza profonda, non di facciata, che riguarda il modo di intendere l’istruzione e il merito da parte dei cittadini. Non è mia intenzione giudicare, quando piuttosto raccontare. Perdonatemi se non ci riuscirò.

Alcune mie amiche americane pubblicano periodicamente su Facebook i propri voti scolastici. “Questa settimana la mia media di è alzata del 2%”, oppure “Ho preso 100% nella verifica di fisica; sono molto felice”.
Invece noi italiani, che siamo uno tra i popoli che più utilizza i social network, non ci sogneremmo mai di scrivere una cosa simile. Posso già immaginare i commenti e le accuse che ne scaturirebbero. È un secchione, se la tira, non ha niente di meglio da fare.
In America insegnanti e compagni ti spronavano a dare il meglio di te, senza limitazioni; se qualcuno scrive così, non è per vanità, ma per constatare un fatto, condividere una gioia, e anche, perché no, per un certo senso di gratificazione del lavoro svolto.
Noi, signori miei, siamo esseri umani; la nostra volontà è debole e vacillante se non è sostenuta da un qualche riconoscimento dei risultati ottenuti. Un riconoscimento che, tante volte, la scuola italiana (che in questo senso considero composta dagli insegnanti tanto quanto dagli alunni) non elargisce a gratificare i suoi studenti.
Ecco, solo questo chiedo, da studentessa: un po’ più di riconoscimento dell’eccezionale. Tutti siamo bravi in qualcosa. Non voglio voti più alti, non mi interessano; preferisco un commento benevolo, detto di nascosto, un: “Ecco, in questo sei veramente bravo”, “Hai un’esposizione incredibile”, “Ho visto molti alunni ma pochi con una memoria come la tua”. Mi basterebbe questo. Forse capirei cosa fare all’università, se qualcuno sottolineasse i miei punti di forza, invece di continuare ad evidenziare errori innumerevoli con un’inclemente penna rossa.

L’ingiustizia fondamentale II

Una bimbetta di cinque anni era stata presa in odio dal padre e dalla madre, “persone stimatissime del ceto burocratico, istruite e bene educate”. Vedi, io affermo ancora una volta recisamente che esiste in molti uomini un’inclinazione speciale, e cioè la passione di torturare i bambini, ma soltanto i bambini. […]
Questi genitori bene educati sottoponevano la povera piccina a tutte le torture possibili e immaginabili. La picchiavano, la frustavano, la prendevano a calci, senza sapere neanche loro il perché, e le riducevano il corpicino tutto un livido. Alla fine raggiunsero l’estrema raffinatezza: col freddo, col gelo, la rinchiudevano tutta la notte nel cesso, e siccome non chiamava mai in tempo (come se un bambino di cinque anni, che dorme il suo sonno profondo di angelo, potesse imparare a chiamare in tempo!), per punirla le imbrattavano tutto il viso coi suoi escrementi e la obbligavano a mangiarli. Ed era la madre, proprio la madre che la costringeva a farlo! E questa madre riusciva a dormire, mentre si sentivano nel buio i gemiti della povera creaturina rinchiusa in quel lurido posto! Te l’immagini, un piccolo essere che ancora non può nemmeno capire cosa gli fanno, rinchiuso nel cesso, al buio e al freddo, che si batte il pezzo straziato col minuscolo pugno e piange lacrime di sangue, lacrime buone, senza rancore, chiamando “il buon Dio” perché lo aiuti! […]
Riesci a capire perché questo assurdo sia stato creato e sia necessario? Dicono che l’uomo non potrebbe esistere se non ci fosse tale assurdo, perché non conoscerebbe il bene e il male. Ma a che scopo conoscere questo maledetto “bene e male”, se ci deve costare tanta pena? Tutto il sapere del mondo non vale le lacrime di quella povera piccina che prega “il buon Dio”! […]
Ora dimmi francamente una cosa, mi appello a te, e tu rispondimi. Immagina di essere tu a costruire l’edificio del destino umano, con lo scopo ultimo di far felici gli uomini, di dare loro, alla fine, pace e tranquillità; ma immagina anche che per arrivare a questo sia necessario e inevitabile far soffrire un solo piccolo essere, per esempio quella bambina che si batteva il petto col minuscolo pugno, e sulle sue lacrime invendicate fondare appunto questo edificio: accetteresti di essere l’architetto, a queste condizioni?

(Fedor M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

L’ingiustizia fondamentale

La data è di oggi, le riflessioni di un paio di settimane fa.

Penso che il mondo sia fondamentalmente ingiusto.
La natura ci genera in diverse condizioni sociali, in diversi ambienti, in possesso di diversi attributi di bellezza, perspicacia, capacità di stare al mondo.
Il cristianesimo, con il suo avvento, ha tentato, e in una certa misura ha avuto successo, nel risolvere questa contraddizione, questa ingiustizia profonda e fondamentale. Tuttavia si tratta appunto di una risoluzione parziale, perché per quanto il messaggio cristiano abbia rivalutato e dato maggior importanza al povero e all’oppresso, allo storpio e al malato, all’ingenuità del bambino, esso non ha potuto cambiare la realtà delle cose. Ha collocato il povero Lazzaro accanto agli angeli di Dio e il ricco senza nome tra le fiamme dell’inferno; ha ricostruito nell’altro mondo la giustizia distrutta in questo in cui viviamo. 
Chi è dunque il più fortunato tra i due? Lazzaro si è guadagnato il Paradiso, ma nella sua vita da indigente era privo di tentazioni. Che merito ne ha avuto? Non è forse ingiusto che il ricco abbia ricevuto tante tentazioni e non la capacità di ignorarle (anch’essa un dono di Dio), mentre Lazzaro ha avuto in sorte sia una vita umile che un animo santo?
Infine, che cosa dipende da noi? Dov’è la nostra libertà, il nostro libero arbitrio? Dobbiamo tutti costruire una torre, e ad alcuni sono dati tutti i mattoni e la manodopera, mentre altri sono messi al mondo a mani vuote.

Resistenza all’Eternità IV

Ieri mattina una persona – a cui d’ora in avanti farò riferimento come “uomo”, semplicemente per una superiorità numerica del sesso maschile nel compiere azioni come quella che vado a raccontare – un uomo, dicevo, ha deciso di porre fine alla propria vita gettandosi sotto un treno.
La depressione, forse, la follia?
La crisi, dice la gente.
Ma quale crisi? Quella economica? Essa ci avvolge e avviluppa nella sua nuvola nera, oltre la quale quale futuro saremo mai in grado di immaginare?
O forse la crisi in questione è piuttosto quella sociale, in cui noi tutti siamo come attori cui è stato all’improvviso sottratto il copione, senza che avessimo il tempo di memorizzarlo? Ci agitiamo sul palcoscenico riempiendo l’aria di schiamazzi inutili, cercando il copione perduto, anziché riunirci ad inventare una nuova sceneggiatura.
E quell’uomo, cos’ha pensato alla fine? Alla crisi? Al copione perduto? Alla sua personale sceneggiatura, che il mondo ha abortito prima che venisse alla luce?