Viaggiare

Viaggiare è per me qualcosa in più rispetto al semplice spostarsi. Viaggiare è cambiare.
Cambiare profondamente. La mia più grande paura, quando parto, è ciò che diventerò, come tornerò. 
Diverse ricerche dimostrano come la felicità sia intrinsecamente legata alla stabilità, e come le due vadano di pari passo. Ma è veramente così?
Se sì, l’esperienza del viaggio vale il rischio di non avere più un nido a cui tornare, di non appartenere più a nessun luogo? O la posta in gioco è troppo alta?
Vale la pena di sacrificare al viaggio la propria stabilità e quindi, secondo quelle ricerche, la propria felicità?
Queste domande mi assillano e mi scuotono profondamente.  Ma forse una risposta ne la sono già data.

Prima di partire per l’America avevo deciso che sì, ne vale la pena. Il viaggio vale il rischio del cambiamento, il rischio dell’infelicità, o, meglio, vale la scommessa sulla felicità. Avevo anche tentato di spiegare il concetto a mia mamma con un disegno:

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La linea retta rappresenta il mio livello di felicità senza quell’elemento conturbante che è il viaggio. Quella curva invece rappresenta le mie emozioni durante il viaggio; ci sono momenti di depressione profonda come di felicità sublime, immensa. Ho detto a mia mamma che non m’importava se, facendo una media dei valori rappresentati dalla linea curva, questa media fosse risultata più bassa rispetto alla linea retta: io viaggiavo per quei picchi di felicità straordinaria. 

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