Il mare

Fin da tempi immemorabili il mare è stato il simbolo di qualcosa.

Il mare è stato sorgente di vita per quelle popolazioni che ne pescavano o raccoglievano i doni; è stato un dio, potente e minaccioso, la cui ira scuoteva i flutti e li rendeva neri e fumosi. Era amato e al contempo temuto da tutti i marinai, come il vecchio di Hemingway, che “pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. […] Il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle.”.

Il mare è stato il confine del mondo, ed è stato confine tra ciò che umano e ciò che trascende l’umano. È stato una via nuova per il commercio, per le esplorazioni e per i viaggi. Il mare era un’opportunità.
Oltrepassarlo, una sfida che l’uomo ha da sempre raccolto.

Oggi, per noi, il mare è diventato un cimitero. Le sue onde non ci ricordano più, come ai greci dei tempi antichi, le curve di una donna prossima a dar vita ad una nuova creatura, ma solo le ali scure e tristi dell’angelo della Morte, che questa vita la ghermisce alle migliaia di giovani che costantemente lo navigano.
Lo navigano in cerca di salvezza, di un po’ di umanità, rincorrendo speranze come fossero aquiloni. Lo navigano per ritrovare qualcuno, insieme a qualcuno, o più spesso soli con le loro preoccupazioni.

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I Migranti – opera realizzata da un rifugiato siriano

Ma soprattutto, per loro, gli Ulisse del nostro tempo – perché in fondo cercano solo di tornare a casa, di trovare una casa in questo mondo che è, o perlomeno dovrebbe essere, la casa dell’umanità – per loro, il mare non è più il simbolo di un bel niente. Il mare non è un’invenzione poetica. È una muraglia che fisicamente li separa dal loro domani, talvolta per ore o giorni, talvolta per sempre, seppellendoli nelle sue profondità. Sono morti in tanti, e la colpa è nostra, è mia. Non è del mare, che li ha accolti come una madre abbraccia i suoi figli. E le voci delle loro anime immortali canteranno per sempre in questo nostro mare, a ricordarci come delle Erinni la nostra condanna, la pena che ci siamo autoinflitti il giorno in cui abbiamo chiuso gli occhi alla disperazione dei nostri fratelli.

 

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