I poeti

​Preferisco i poeti che non si rileggono mai. Che scrivono di getto, come se mente e mano fossero legate da un filo continuo, senza nodi o interruzioni, e che, usando la penna come una siringa, iniettano musica e inchiostro nelle loro parole.
Preferisco i poeti che non si piacciono mai. Che affiderebbero la propria opera alle fiamme immediatamente dopo averla completata, come se fosse la prova schiacciante di un delitto appena compiuto.
Preferisco, infine, i poeti che non mentono. Ma ce ne sono forse, di poeti così? 

Tutti quanti si rileggono, più e più volte, finché della Parola originaria, potente, spontanea, non resta che l’ombra, affievolita e distante, un fantasma di significato. La sintassi viene resa perfetta, immacolata, impeccabile; ma quell’energia, quell’esuberanza naive della prima stesura è sacrificata sull’altare della precisione. 

Tutti quanti si piacciono, almeno un po’. Se esistono poeti che davvero si disprezzano, purtroppo non li conosceremo mai. Chi scrive deve per lo meno avere un amor proprio sufficiente a ritenere ciò che scrive interessante, notevole, pubblicabile. Deve essere abbastanza sicuro di sé da esporsi alla pubblica lettura, ai commenti, alle incomprensioni. Un poeta, per essere conosciuto, non può essere modesto.

Tutti quanti mentono. Non solo i poeti, ma i giornalisti, le star della tv, gli operai, i preti, gli insegnanti, i contadini, gli studenti, i disoccupati, le madri, i padri, i figli, gli amanti. Non credo che i poeti mentano più degli altri; forse, soltanto, le loro bugie restano per iscritto.

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